Medaglia d’Onore al Socio scomparso Duilio Bioni, internato militare

13 Febbraio 2017, pubblicato da

SIENA – Le celebrazioni del “Giorno della memoria”, pensate dalla Prefettura in collaborazione con l’Istituto d’Istruzione Superiore “Sallustio Bandini” di Siena, quest’anno hanno avuto come protagonisti gli studenti, filo conduttore dell’iniziativa rievocativa.

Nella Sala degli Arazzi del Palazzo del Governo, dopo il saluto del Vice Prefetto vicario, Rosa Inzerilli, e l’intervento del Rabbino di Siena, Crescenzo Piattelli, è stato presentato il percorso fotografico “Fotografia e memoria” di Alessio Duranti con la proiezione di immagini significative.

A seguire, l’intervento di Alessandro Fo, ordinario di Letteratura latina all’Università di Siena, che ha introdotto la lettura di brani sul tema della “memoria” da parte di alcuni allievi del “Bandini”. Eseguite anche alcune musiche dal film “Schindler’s list” e il brano “Pavane in blue” di Ted Huggens.

Alle ore 12:00 un minuto di silenzio in ricordo del momento in cui, 72 anni fa, a mezzogiorno, le truppe alleate liberarono Auschwitz.

Dopo l’intervento dell’Assessore comunale Anna Ferretti, in rappresentanza del Sindaco Bruno Valentini, è stata consegnata da parte del Vice Prefetto vicario Inzerilli, dell’Assessore Ferretti e del Presidente della Provincia, Fabrizio Nepi, la Medaglia d’Onore, conferita dal Presidente della Repubblica, alla memoria di Duilio Bioni, nostro Socio scomparso nel dicembre 2012. La Medaglia d’Onore è un riconoscimento, purtroppo postumo, dell’internamento militare di Bioni.

La medaglia è stata ritirata dalla figlia dell’insignito, Stefania Bioni e dal nipote, Duccio Benocci (tra l’altro membro del Direttivo della locale Sezione dell’A.N.M.I.G.), di cui riportiamo un breve intervento di ricordo, pronunciato nell’occasione, al termine della commemorazione.

 

Il commosso ricordo del nipote Duccio Benocci

Signor Vice Prefetto Vicario, Eccellenza Rabbino di Siena, Primi cittadini presenti, Autorità tutte intervenute, civili e militari, Signore, Signori.

Ringrazio molto per l’opportunità che mi viene offerta in questa “Giornata della Memoria”. L’opportunità è quella di ricordare brevemente la figura di mio nonno materno, amatissimo e indimenticato.

Ma chi era Duilio Bioni [Chiusdino (SI), 4 ottobre 1918 – Siena, 5 dicembre 2012]?

Alcuni dei presenti, che lo hanno conosciuto o incrociato, lo ricorderanno soprattutto negli ultimi anni di vita, sempre vestito di tutto punto, cappello ben calzato in testa e con «L’Unità» immancabilmente sottobraccio, impegnato in varie “battaglie” civili – così le chiamava lui – per i diritti degli anziani, dei più deboli e per migliorare la condizione del proprio quartiere di residenza. Chiedeva, con perseveranza e solerzia il “rispetto delle regole”, animato da amore disinteressato nei confronti della propria città, mosso esclusivamente da senso civico, e non da una logica di tipo privatistico o politico. Un cittadino d’altri tempi, insomma, onesto, “libero”, altruista, attento ai bisogni comuni della collettività, dotato di grande vivacità culturale nonostante l’età. Un lottatore pacifico che segnalava piccole grandi disfunzioni e denunciava, a gran voce, le difficoltà degli anziani.

Duilio Bioni, classe “di ferro” 1918, apparteneva a quella generazione di ventenni che in una manciata di pochi anni visse tutta una vita.

Si trovarono, loro malgrado, coinvolti in vicende più grandi di essi stessi; e solo i più fortunati son riusciti a raccontarle ai propri figli e nipoti.

Fu chiamato alle armi il 4 aprile 1939. Prima destinazione Palermo, in un Battaglione di Carristi, distaccamento del Reggimento di Roma.

Scoppiò il secondo conflitto mondiale (1 settembre 1939), pochi mesi dopo – come noto – l’Italia scese in campo contro gli Alleati (10 giugno 1940) e proprio a Palermo il Battaglione del nonno subì i primi bombardamenti americani nella zona del porto, importante per il flusso di rifornimenti alle forze dell’Asse, soprattutto nelle fasi iniziali della guerra.

Nel 1941 il suo Battaglione fu inviato integralmente in Grecia, a sostegno della Campagna italiana (28 ottobre 1940-23 aprile 1941: personale iniziativa di Mussolini e grave insuccesso per l’Italia), ma lui no, fortunatamente, destinato ai cosiddetti “servizi sedentari” per motivi di salute. A detta sua, la maggior parte dei suoi commilitoni non fece ritorno da quell’esperienza militare.

Poi, fu la volta del trasferimento a Parma (1941), al 33° Reggimento, sempre di Carristi. Nella cittadina emiliana, in quel fatidico 8 settembre 1943, – cedo adesso volentieri la parola al racconto “diaristico” del nonno –

«ci fecero prigionieri i tedeschi in carri bestiame – il mio Reggimento e l’altro di Fanteria – , destinazione ignota; dopo due giorni ci trovammo in Germania e poi in un campo di concentramento in una cittadina, Stolp, vicino a Stettino, ai confini con la Polonia, ad ottanta chilometri da Danzica»[1].

Nel campo di concentramento, si trovava a svolgere lavori in condizioni di schiavitù presso una fabbrica di eliche ed ali per apparecchi aerei; al di fuori del campo, presso una fattoria, lavori forzati per giorni e giorni, come la raccolta delle patate o di altri ortaggi. Una delle tante vittime di ingiustizie durante il regime nazista, si dirà; molte le sofferenze umane patite durante questo periodo assimilabile alla prigionia: condizioni di vita estremamente dure, disumane, malnutrizione, totale mancanza di assistenza medica, unitamente a limitata libertà di movimento, continue perquisizioni e controlli di polizia.

«La sera – è sempre il nonno a raccontarlo – ci chiudevano in baracche di legno; la notte la pipì la facevamo in un bidone da benzina e la mattina andavamo a svuotarlo nel campo […] sempre guardati da soldati armati, in compagnia delle cimici e dei parassiti»[2].

Facevo riferimento alla malnutrizione: ricordo che il nonno ci raccontava spesso che riuscì a sopravvivere forse proprio in virtù della sua corporatura medio-piccola: un organismo di più modeste dimensioni – secondo le sue convinzioni – , necessitava di una minor quantità di cibo.

«Quelli grandi e grossi – diceva – li ho visti morire come mosche per denutrizione e per tutte le conseguenze del caso».

La storia si ripete fino all’arrivo delle truppe sovietiche all’inizio del 1945, poi lo spostamento a piedi alla volta di Varsavia, in Polonia, dove si resero necessari alcuni espedienti per poter sopravvivere. Il tutto fino al Natale 1945, a guerra ormai terminata, quando, sfruttando un treno che riportava malati e feriti in Italia, fece finalmente ritorno a casa:

«La mattina di Natale – è il nonno a scriverlo – ho riabbracciato mia madre, mio padre e le mie due sorelle»[3].

Gli anni di guerra gli hanno procurato una invalidità, tanto che è stato riconosciuto “Mutilato e Invalido di Guerra” ed ha aderito con convinzione alla locale sezione dell’A.N.M.I.G. . Il duro internamento in Germania, invece, gli ha valso la concessione della Croce al Merito di Guerra (25 giugno 1959)[4].

Una storia tutto sommato a lieto fine, quella del nonno, documentata, oltre che dal Foglio matricolare e da altra poca documentazione superstite, da una serie di paginette manoscritte, una sorta di diario “in differita”, da cui ho tratto alcuni passaggi significativi per questo mio modesto intervento di ricordo.

La storia di un uomo, di un sopravvissuto a momenti terribili, che come tanti, ha servito il proprio Paese con lealtà e amore.

La storia di un uomo che avrebbe potuto far parte di quei milioni di morti (stime recenti parlano di quasi 60 milioni!), ma che invece, fortunatamente, ha fatto ritorno, provato però nel corpo e nello spirito.

Come accennavo, il nonno, in tarda età e con mano incerta, sollecitato da chi vi parla, con impegno e con non minor fatica, occupò alcune ore delle sue giornate a raccogliere ricordi preziosi sulla sua vita.

Rimpiango solo di non averlo seguito come avrei dovuto in quest’impresa di recupero dal “mare” della memoria e fissaggio su carta, ma il tempo – si sa – è tiranno e spesso ci distoglie dalle cose veramente importanti.

A tal proposito, data la presenza di numerosi ragazzi e ragazze, desidero rivolgere a loro un appello: Voi stamani siete qui per questa “Giornata della Memoria”, ma a pensarci bene la “memoria” ce l’avete accanto, tutti i giorni. I Vostri nonni, le vostre nonne – i più fortunati eventualmente hanno anche un bisnonno – hanno da raccontarVi e da trasmetterVi molto.

La loro esperienza di vita Vi serva da “faro” per la Vostra esistenza!

Lasciateli parlare, invitateli a raccontare, superate lo “scoglio” della ripetizione talvolta ossessiva di certi fatti o aneddoti. Da tutto ciò ne avrete senz’altro un arricchimento!

Concludendo: la Medaglia d’Onore, coniata dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, conferita, con Decreto del Presidente della Repubblica, quest’oggi, a Duilio Bioni, mio nonno, a quattro anni dalla sua scomparsa, è un gesto che lui avrebbe davvero apprezzato. E oggi, ovunque sia, son convinto che avrà assistito a questa intensa cerimonia, orgoglioso, profondamente grato e commosso.

Grazie!

 

Duccio Benocci

[1] Cfr. Appunti manoscritti di Duilio Bioni: fogli A5 di nuova numerazione, c.6.

[2] Cfr. Appunti manoscritti di Duilio Bioni: fogli A5 di nuova numerazione, cc.6-7.

[3] Cfr. Appunti manoscritti di Duilio Bioni: fogli A5 di nuova numerazione, c.10.

[4] «Il Comandante della Regione Militare Tosco-Emiliana / Visto il R. Decreto 14 dicembre 1942 n.1729; / Vista la legge 4 maggio 1951 n.571 / Determina: / È concessa a Sold. ftr. (c) / Bioni Duilio – Cl. 1918 – d.m. Siena / la Croce al Merito di Guerra per internamento in Germania. / Firenze, addì 25.6.1959. // Numero d’ordine del Registro delle concessioni: 003588».