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La lunga guerra del soldato Scalvini

Angelo Scalvini, soldato della Divisione Acqui, ha pubblicato il proprio diario degli anni che vanno dal 1943 al 1945 per i tipi della Mursia con il titolo “Prigioniero a Cefalonia”.
Nato a Calcinato, nei pressi di Brescia, scampò all’eccidio della Divisione Acqui nel 1943, fu fatto prigioniero dai tedeschi e liberato dai russi solo dopo la fine della guerra.
Da anni si dedica a raccogliere materiale e testimonianze su una delle pagine più buie della storia militare italiana.
Di seguito pubblichiamo il prologo al suo racconto.

 

La mia partenza per il fronte avviene esattamente il 13 gennaio 1943. Ma facciamo un passo indietro per poter capire come fossi già inserito, psicologicamente, nell’atmosfera della guerra che oramai, da anni, sta coinvolgendo il nostro Paese.
Vicino a casa mia c’era un calzolaio, che tutti chiamavano familiarmente «Pineto» (classe 1888), nella cui bottega si affacciavano i ragazzi della mia età nella speranza di ricevere l’incarico di andargli a comperare qualche sigaretta perché la ricompensa consisteva nella «ricca» mancia di un centesimo.
Così, un giorno, verso la fine di ottobre del 1935, andai anch’io ad acquistare le sigarette giornaliere ricevendone, in cambio, la solita ricompensa. Quel giorno, però, qualcosa di diverso attirò la mia curiosità e precisamente il «Corriere della Sera» che parlava della guerra di Etiopia. Lessi avidamente le notizie riportate finché «Pineto», che si era accorto del mio interesse al riguardo, mi disse: «Se vuoi saper qualcosa di più preciso leggiti il bollettino di guerra n° 19». Da quel giorno cominciai a interessarmi sempre di più dell’andamento di quella campagna in suolo africano e ne seguii le vicissitudini sino al termine e, precisamente, sino ai primi di maggio del 1936. Terminata la guerra di Etiopia il mio interesse si spostò su calcio e ciclismo e anche di questo parlavo sovente con «Pineto».
Oramai io e «Pineto» eravamo diventati amici, parlavamo un po’ di tutto ma, soprattutto, di quell’atmosfera bellica che continuava ad aleggiare sopra di noi. Trascorsero così, abbastanza tranquillamente, gli anni successivi: 1937-1938-1939. Man mano che il tempo passava, i nostri colloqui si facevano sempre più infervorati circa le «voci» di un’imminente guerra da parte della Germania. «Pineto», da parte sua, mi teneva minuziosamente al corrente sulle «classi» che, via via, venivano richiamate sotto le armi per le «grandi manovre» estive della durata di quaranta giorni.
Improvvisamente, ai primi di agosto del 1939, venne a trovarci, dalla Francia, una mia zia con i suoi due figlioli e anche lei raccontava che, dalle sue parti, si parlava, oramai, solo di guerra. Ogni cinque o sei giorni riceveva notizie dal marito che era dovuto rimanere in Francia proprio per il pericolo incombente. Ed ecco che, improvvisamente, il 20 agosto, dopo aver ricevuto l’ennesima lettera, la zia ci mise al corrente che, secondo suo marito, le cose stavano precipitando e partì, in tutta fretta, per fare ritorno a casa. Dopo pochi giorni, esattamente il primo settembre 1939, la Germania invase la Polonia ed ebbe così inizio la seconda guerra mondiale!
Al momento dello scoppio della seconda guerra mondiale il governo italiano aveva dichiarato la «non belligeranza» che era consigliata dalle precarie condizioni delle nostre forze armate dopo le «campagne» di Etiopia e Spagna. Gravi carenze, infatti, esistevano, nel 1939, nella nostra organizzazione militare.
In campo politico si erano fatti sempre più stretti rapporti con la Germania, rapporti che portavano l’Italia a scivolare, inevitabilmente, verso l’intervento.
Già, anche perché la nostra equivoca «non belligeranza» non aveva del tutto convinto gli «alleati» che avevano prudentemente deciso di tenere vincolate notevoli aliquote delle loro forze nel Mediterraneo e in Africa, anche perché si andava evidenziando, sempre di più, l’avvicinamento italo-tedesco. Le pressioni del Führer su Mussolini si facevano sempre più «pesanti» ed ecco che il 10 giugno 1940 il Duce dichiarò guerra alla Francia e all’Inghilterra: la «folle avventura» era cominciata!
E proprio verso la sera del nostro primo giorno di guerra arrivò, al mio paese, uno stormo di «Stukas» che si esibì in una prova di forza attorno al campanile della nostra chiesa. Io rimasi impressionato dalle loro evoluzioni e dalle loro proverbiali «picchiate» che col loro rumore assordante e lacerante violentavano la tranquilla quiete delle nostre campagne; ero un ragazzo di soli 17 anni e, dentro di me, provavo paura e ammirazione al tempo stesso. Mio padre, invece, si fece triste e cupo in volto e abbozzò una semplice frase: «Siamo ancora in guerra!».
Col cuore in gola mi precipitai dal mio amico «Pineta» per leggere l’ennesimo bollettino di guerra e per scambiarci, reciprocamente, le nostre impressioni.
«Non ti preoccupare» biascicò lentamente «Pineto» tra un colpo di martello e una rifilatina alle tomaie «sarà una guerra lampo». Tranquillizzato me ne tornai a casa, emozionato, un poco confuso ma confortato dalle prove di forza dei nostri alleati e dalle parole del mio vecchio amico.
Intanto il tempo passava: l’estate afosa e silente, ricca di una quiete che si assapora solo nelle nostre verdi pianure, mosse da dolci colline moreniche, lasciò presto il posto a un meraviglioso autunno colorato e rallegrato dai «linguaggi» di insetti e uccelli che si preparavano al freddo inverno incombente.
Io, nel frattempo, trascorrevo i miei giorni alternando il lavoro al gioco del pallone. Così passò anche l’inverno sotto un’ovattata coltre bianca di neve mentre le notizie di guerra che giungevano a Calcinato erano sempre più confortanti: le armate italo-tedesche dilagavano senza scampo per il nemico che sembrava, oramai, sul punto di crollare. Anche la Russia era stata invasa dalle forze dell’«Asse» che collezionava vittoria dopo vittoria: era il 22 giugno 1941!
I preparativi militari per invadere l’URSS erano iniziati fin dai primi mesi del 1941 e all’inizio delle ostilità le forze contrapposte erano circa le seguenti: i russi potevano schierare 134 divisioni di fanteria, 22 di cavalleria, 6 corazzate oltre a una riserva di 25 divisioni di fanteria, 1 divisione corazzata e 6 di cavalleria. Da parte tedesca potevano essere fronteggiate con 163 divisioni di fanteria, 17 divisioni corazzate e 10 motorizzate oltre a 35 divisioni alleate appartenenti a Ungheria, Romania e Slovacchia. A lato della Germania si schierava, inoltre, la Finlandia mentre il governo fascista approntava un corpo di spedizione (CSIR -3 divisioni di cui una motorizzata) al comando del generale Messe.
A Calcinato la mia vita trascorreva, intanto, abbastanza serenamente anche se il mio pensiero ricorreva quotidianamente al momento in cui anch’io sarei stato chiamato alle armi perché la guerra in atto non sembrava più tanto una «guerra lampo», come enfaticamente sempre sostenuto dal sistema propagandistico del Duce. Inoltre dalla primavera del ’41 dovevo recarmi, ogni sabato, a fare esercitazioni «paramilitari» e anche questo, per noi giovani del paese, non era senz’altro un buon segno perché preludeva a un eventuale imminente reclutamento. Il «Regime», tra l’altro, era severissimo perché ricordo che non avendo potuto, una sola volta, assolvere all’obbligo succitato, dovetti, per punizione, recarmi la domenica successiva presso la locale caserma dei carabinieri a lavorare, a riparazione della mia mancanza, raccogliendo e spaccando legna.
Io e «Pineto» eravamo sempre più pessimisti e continuavamo a vederci e a parlare di cosa mi sarebbe aspettato, di quando mi avrebbero chiamato alle armi e, soprattutto, di che fine avrei fatto!
E così accadde quello che in seguito sarebbe risultato decisivo circa l’esito finale del secondo conflitto mondiale: il 7 dicembre 1941 i giapponesi attaccarono la base americana di Pearl Harbour e, di conseguenza, entrarono in lizza anche gli Stati Uniti! Oramai la guerra aveva veramente assunto proporzioni planetarie e le speranze di un rapido epilogo della stessa svanirono definitivamente. Ne dovette convenire anche il mio amico calzolaio che si era sempre dichiarato abbastanza ottimista sulla rapidità delle operazioni belliche e sulla vittoria finale delle forze dell’«Asse». Non solo ma, adesso, il buon «Pineto» cominciava a dubitare lui stesso della nostra vittoria sino ad arrivare a dirmi: «Adesso entrano in ballo gli americani e la guerra sarà persa». Tuttavia i nostri timori ce li dovevamo tenere per noi perché sarebbe stato estremamente pericoloso esternarli ad altri. In definitiva bisognava sempre e comunque dichiararsi ottimisti e fiduciosi in una nostra rapida vittoria finale!
Nel frattempo le truppe giapponesi invadevano la Tailandia e quindi Malesia e Birmania per muovere, successivamente, verso i confini della Cina. Il giorno di Natale 1941 si arrendeva anche la città di Hong Kong.
Con la cessazione della resistenza a Corregidor, l’intero arcipelago delle Filippine era in mano nipponica. La minaccia verso l’Australia era grave. Il generale MacArthur dichiarava che era assolutamente necessario rientrare in possesso delle Filippine e, per fare ciò, occorreva non perdere l’Australia dalla quale sarebbero dovute partire la controffensiva aerea e quella generale per la riconquista dell’«Arcipelago».
Io e «Pineto» siamo sempre più pessimisti e continuiamo, quasi quotidianamente, a parlare di cosa mi aspetterà, di quando chiameranno alle armi anche me e, soprattutto, che destino mi attenderà!
Intanto anche il ’41 era trascorso e il terribile inverno di quell’anno stava cedendo il posto alle profumate e verdi primavere padane. Dalle mie parti la primavera è una vera e propria festa della natura: i campi si tingono di verde; gli alberi si ammantano di abiti colorati e, a volte, anche profumati; in cielo si rincorrono, in strani giochi e volteggi, gli uccelli che festeggiano la fine del gelo. A maggio, poi, la natura esplode nel suo massimo fulgore tanto che non ci si stancherebbe mai di guardarla e assaporarla. Purtroppo proprio il 13 maggio 1942 mi devo presentare alla visita militare dove vengo dichiarato «abile»: ho solamente diciannove anni ma le preoccupazioni e i pensieri di un adulto. Dopo appena quattro mesi, nel settembre ’42, vengono chiamati alle armi quelli nati nei primi quattro mesi del 1923. Oramai sento che la mia ora è vicina e neanche più «Pineto» riesce, col suo ottimismo, a rendere serene le mie giornate.
Intanto la guerra sta divampando sempre di più e le forze dell’«Asse» trovano sempre più resistenza e difficoltà. Alla fine del ’42 si hanno notizie anche dei primi «rovesci» militari di italiani, tedeschi e giapponesi.

Angelo Scalvini