Casa Madre: il Giorno della Memoria

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1 febbraio 2019, pubblicato da

A settantaquattro anni da quell’assurda tragedia il dovere di ricordare è ancora imprescindibile.
Il 27 gennaio 1945 si poneva fine all’orrore della Shoah. L’Anmig, insieme con la Confederazione fra le Associazioni combattentistiche e partigiane, si impegna a ricordarlo sin dal 2002, anno in cui fu istituito il Giorno della Memoria con una solenne manifestazione tenuta proprio alla Casa Madre.
Quest’anno, come in gran parte delle occasioni passate, il fulcro della giornata sono stati i giovani.  Pur addolorati dal dover reiterare testimonianze di pura “banalità del male”, continua ad essere troppo urgente ed imprescindibile la necessità di tramandare la memoria in funzione di un futuro degno. I tanti ragazzi di terza media presenti, erano dell’Istituto comprensivo Giovanni Falcone di Cascina.

Tra gli intervenuti anche: l’Avvocato generale della Procura della Repubblica presso la Corte d’Appello di Roma dott. Federico De Siervo, il Giudice della Corte Costituzionale prof.  Giulio Prosperetti, il Magistrato Segretario generale della Corte d’Appello di Roma Roberto Reali, il Tenente Colonnello del Gabinetto del Ministro della Difesa Aaran Nicola Bertoncini e il Generale Domenico Rossi.

La proiezione di immagini di repertorio e di testimonianze di alcune superstiti dai campi di sterminio ha dato inizio alla giornata commemorativa patrocinata dalla Camera dei deputati.
E’ seguito l’intervento del presidente nazionale  Anmig, e presidente della Confederazione fra le Associazioni combattentistiche e partigiane prof. Claudio Betti:

“il 27 gennaio del 1945 l’Armata russa abbatté i cancelli del lager di Auschwitz. Per la prima volta il mondo intero conobbe l’orrore dei lager, dei campi di sterminio. In questa simbolica ricorrenza, vogliamo  ricordare i tanti bambini mai diventati adulti, e con loro tutte le vittime di quell’immane tragedia, di quel disegno criminale e inumano che fu la Shoah. Grazie a tutti voi per essere qui oggi a ricordare  quanto accadde il 27 gennaio di 74 anni or sono. “Se comprendere non possibile – affermava Primo Levi –  conoscere è necessario”. E lo è più che mai oggi, perché i testimoni di quell’orrore sono sempre meno, perché è nostro dovere morale e civile ascoltarne la voce e raccoglierne l’eredità.
Il Giorno della Memoria rappresenta l’abbraccio ideale a coloro che hanno sofferto la crudele banalità e l’insensatezza delle legge razziali. Oggi a 81 anni dalla promulgazione delle “leggi razziali” italiane è ben chiaro a tutti, che non furono per la loro violenza meno di quelle tedesche. I ragazzi nelle scuole sono ormai consapevoli che quelle leggi furono il primo passo verso i campi di sterminio nazisti. Leggiamo nella rivista “Il Carabiniere” che: “In quell’ottobre dell’infamia di ottantuno anni fa sono stati collocati con precisione i fatti del giorno 7, quando con l’inganno a Roma vennero catturati duemila carabinieri e deportati nei lager e non restava più nessuno a proteggere i cittadini inermi e il 16 ottobre scattò il rastrellamento del ghetto. Per i gerarchi e generali del terzo Reich, Roma era una città difficile, ribelle e incontrollabile.
Ma sapevano che, dopo Roma lo stesso piano sarebbe stato attuato anche nelle altre città. Così le deportazioni colpirono inesorabilmente da Genova a Milano a Trieste. “Shoah”  “Tempesta che tutto distrugge”: tutti i grandi testimoni della Shoah, tutti i sopravvissuti, hanno parlato del chiasso di Auschwitz, dell’infernale rumore che accompagnava lo sterminio nei lager.
I treni che stridevano sulle rotaie, i cani che abbaiavano, i comandi urlati in tedesco, le bastonate, la babele di lingue dei deportati, le ragazze che piangevano, i lamenti e le preghiere dentro le camere a gas, il crepitare del  fuoco, la sveglia nel fragore dei tubi metallici percossi, il sibilo del vento nel buio, i numeri nell’appello, lo sbattere di migliaia di zoccoli, il tutto si accompagnava al fruscio di centinaia di bocche che, sognando di mangiare, masticavano il nulla.
C’era chiasso, sempre, ad Auschwitz. Tutto era rumore.
Fame e rumore: la realtà quotidiana del campo.
Fame, paura e rumore dovevano impedire ai deportati di pensare. La “soluzione finale” ideata dai nazisti era stata progettata perché il mondo non la vedesse. Auschwitz è il cimitero più grande del mondo, un milione e mezzo di ragazzi lo visitano ogni anno, sono giovani della nostra Europa pacificata.  A loro vengono fornite tante informazioni ma gli deve essere anche fornito il silenzio necessario per riflettere su queste informazioni.
Non dobbiamo mai stancarci nel raccontare che nel lager nazista c’era il prodotto del più grave esperimento sociale mai realizzato. A poco più di ottanta anni dalle “leggi razziali molti si stanno ponendo domande e stanno cercando risposte per il neo-razzismo e il neo nazismo. C’è una risposta nella scelta che ha fatto Papa Francesco, già nel 2016 ad Auschwitz.
Al cancello “Arbeit Macht Frei” tra i recinti di filo spinato, al muro delle fucilazioni, nella cella di Padre Kolbe, alla rampa di Birkenau, il Papa ha scelto il silenzio. Neppure una parola. Nella vita di un uomo il silenzio non è mai un vuoto. Si sceglie il silenzio e ci vuole coraggio. Se lo ha scelto Papa Francesco ad Auschwitz non è, certo, perché gli mancassero le parole di fronte al male.
In silenzio si prega. In silenzio si pensa. In silenzio si medita. In silenzio si ascolta.
I nostri sono sentimenti di solidarietà e di vicinanza per coloro che hanno subito a causa delle fede religiosa, delle radici etniche, dell’orientamento sessuale o delle proprie scelte politiche, indicibili umiliazioni.
Con la cerimonia di oggi la Confederazione fra le Associazioni Combattentistiche e Partigiane intende dare un contributo forte per scuotere le coscienze,  superare l’indifferenza, il silenzio, l’arida ottusità del negazionismo e tutti quei messaggi che inneggiano al nazifascismo.
Ma è ai giovani che voglio rivolgermi dicendo loro. Prendete in mano il testimone della storia. Se voi non dimenticherete e se imparerete da quanto accaduto, potremo finalmente trasformare la società, fatta di tante culture e religioni, in una società realmente fondata sul dialogo, sul confronto, sul rispetto reciproco e la pari dignità nelle sue diverse componenti. E’ grazie alla memoria di ieri che possiamo difendere la nostra civiltà dagli atteggiamenti che hanno originato allora, e muovono ancora oggi, la macchina del razzismo, con la sua fabbricazione del nemico e la sua pedagogia di ignoranza e ostilità verso il diverso: di volta in volta, clandestino, omosessuale, ebreo , islamico, nomade…                                                                           
Non  dobbiamo permettere a nessuna paura e a nessuna minaccia di chiuderci in un angolo, non dobbiamo ascoltare le voci della violenza, che semina terrore per instillare odio, ma dare una risposta ferma, decisa e unitaria, perché la storia non ripeta gli stessi errori. Il ripudio del fascismo e della vergogna delle leggi razziali, la forza del diritto, della libertà e della dignità umana, il rigetto di qualsiasi idea di antisemitismo e di negazionismo sono il fondamento più profondo dell’Italia Repubblicana e dell’Europa unita. Onorare il Giorno della Memoria significa non accettare più quel silenzio, coltivando il ricordo, per far sì che le nuove generazioni conoscano la Storia e possano trarne insegnamenti profondi.
Nel corso degli anni molti sopravvissuti ai lager e ai campi di sterminio hanno avuto la tentazione forte di rimuovere i ricordi, di rimuovere l’angoscia e lo sgomento di 74 anni fa. Ma è prevalsa la forza della memoria per allontanare definitivamente quel progetto di sterminio e quella spaventosa pianificazione della violenza e dell’annullamento della persona e della sua dignità.
Quando nel 1945 le truppe sovietiche e anglo-americane entrarono nei campi di concentramento trovarono enormi cumuli di cadaveri, ossa e ceneri: la prova dello sterminio nazista. Ma trovarono anche migliaia di sopravvissuti,  non solo Ebrei, afflitti dalla fame e dalle malattie.
Credo che sia doveroso parlare, anche se brevemente, del dopo Olocausto.
Molti sopravvissuti ebrei, dopo la liberazione, erano spaventati all’idea di tornare nelle proprie case, sia a causa dell’antisemitismo, cioè l’odio contro gli ebrei che imperava in molte parti d’Europa, sia per i traumi subiti.
Chi tra quelli decise di tornare a casa, si trovò a temere per la propria vita. Nella Polonia del dopoguerra, per esempio, avvennero alcuni pogrom (violente manifestazioni contro gli ebrei). Il più grande dei quali ebbe luogo a Kielca, nel 1946, quando i manifestanti polacchi uccisero almeno 42 ebrei e ne picchiarono molti altri. Le possibilità di emigrare erano pochissime, e così decine di migliaia di sopravvissuti all’Olocausto, rimasti senza casa, si spostarono verso ovest nelle zone dell’Europa liberate dagli Alleati. In quelle aree furono ospitati in centinaia di campi allestiti appositamente per i profughi e rifugiati. Un gran numero di associazioni distribuì loro cibo e abiti. Altre Organizzazioni  offrirono corsi gratuiti professionali. Una tragedia quindi che non è finita con l’abbattimento dei cancelli dei campi di concentramento, ma che è andata oltre e che ritenevo giusto almeno accennare.
La memoria è un dovere soprattutto verso le nuove generazioni, affinché conoscano, grazie anche a momenti come questo,  la profondità della tragedia di chi è stato testimone e vittima. In ricordo delle tante vittime innocenti tutto il mondo combattentistico, che mi onoro di rappresentare, ribadisce con convinzione la propria volontà di continuare a lottare con la forza delle parole, delle immagini, delle testimonianze affinché tragedie simili non abbiano più a ripetersi, affinché luoghi aberranti, come i lager di Auschwitz, Buchenwald, Dachau, Mauthausen e tanti altri non siamo mai più costruiti.
E’ giusto essere qui ogni anno, per ribadire che quei valori che vanno difesi e protetti in ogni giorno dell’anno: è l’unico modo per esseri degni del sacrificio che hanno compiuto le vittime di questa immane tragedia.              Un preside di liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad inizio anno ai suoi insegnanti: “Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento; i miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti, bambini uccisi con veleno da medici formati, lattanti uccisi da infermiere provette. Donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiori e università. Diffido quindi dall’educazione. La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani”.

Ancora precipuamente rivolto ai ragazzi, ai loro preziosi cuori, è stato il racconto del Vicepresidente nazionale Anmig dott. Michele Montagano, la testimonianza dei suoi anni di prigionia, delle sue scelte eroiche e di una ferma resistenza ai criminali disegni tedeschi (la sua testimonianza integrale è pubblicata qui) un racconto che ha voluto portare ancora una volta, nonostante i suoi 98 anni.

Profondamente commovente la delicatezza della musica del Cantabile di Paganini, di Schindler’s List, e del Vocalizzo di Rachmaninov magistralmente eseguita da Beatrice Zocca al pianoforte e Michele Tisei al violino, accostata alla barbarie testimoniata anche da Mario Marsili nel suo racconto della strage di Sant’Anna di Stazzema: lui, bimbo di pochi anni vide morire sua madre (eroica nell’affrontare i tedeschi) insieme con centinaia di persone (l’intera vicenda è pubblicata a questo link).

Testimonianze profondamente generose dunque, prodighe di memoria quando una serenità personale, probabilmente, potrebbe darsi soltanto nell’oblio di tanto dolore.

Il ricordo di un uomo generoso, un uomo che si oppose alla disumanità delle leggi razziali è venuto dall’ambasciatore Alessandro Cortese De Bosis, presidente dell’Associazione Nazionale Combattenti Forze Armate Regolari nella Guerra di Liberazione,  il quale,  parlando del  suo predecessore alla presidenza dell’ANCFARGL  Alberto Li Gobbi, ne ha additato ai presenti l’enorme coraggio in nome della più alta legge della fratellanza: il valoroso Li Gobbi salvò dai lager nazisti migliaia di persone.

L’Alfiere della Repubblica Italiana Bernard Dika, un ragazzo tra i ragazzi, ha portato parole di speranza, propositive, ricordando la bella figura di Gino Bartali, del modo in cui riuscì a mettere in salvo quasi mille ebrei, ha mostrato come il pessimismo vada allontanato intervenendo, rimanendo realisti ma con positività: “vivete la vostra vita e cercate di farne un grande capolavoro” ha concluso citando Giovanni Paolo II.

La coinvolgente musica della Fanfara dell’Arma dei Carabinieri ha chiuso la giorniata.

Un rinnovato grazie ai ragazzi che hanno partecipato, perché gli sforzi di chi continua a portare la propria testimonianza, di chi si impegna a fare memoria è solo con loro che acquisisce senso.