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Francesco Politi – Io un IMI

Il giorno 8 settembre 1943 è una data indimenticabile per milioni di persone: per me anche l’inizio del mio CALVARIO.
Marò del BATTAGLIONE SAN MARCO, con qualifica di Guastatore, mi trovavo a POLA (distaccamento Stoia). Quel giorno ero di guardia: cominciai ad avvertire qualcosa di insolito; i nostri superiori andavano e venivano su e giù dalla scala, parlottavano tra loro. Questa cosa mi mise in ansia tanto che abbandonai il posto di guardia e per questo fui minacciato con una pistola, dovevo rimanere al mio posto.
Seppi, poi, che stavano per occuparci i tedeschi e i superiori ci ordinarono di gettare tutte le armi in mare. I tedeschi arrivarono, divennero i patroni del campo, ci chiesero di collaborare con la “Wermacht” ma nessuno  di noi accettò tale richiesta. Fummo accentrati tutti nel deposito della Marina, ma di acqua e cibo neanche l’ombra, invece fummo ingannati. Ci dissero che ci avrebbero imbarcati e portati a Venezia e liberati, fummo fatti salire sulla motonave “VULCANIA”, un vecchio transatlantico, marcio e con i motori rantolanti. La destinazione fu proprio Venezia. Rimanemmo in rada, due giorni e due notti: di cibo e acqua non se ne parlava.
Furono gli abitanti di Venezia e non li dimenticherò mai, che con piccole barche ci  portarono da mangiare e da bere, cibo di ogni genere, quello che poterono reperire in quel momento così difficile, anche dei frati vennero sottobordo e furono generosissimi.
Eravamo in 5.000 militari stipati e affamati su quella carcassa… rimanemmo in “rada” due giorni e due notti ma, in confronto di quello che subimmo  in seguito, questo si poteva paragonare a “niente”. Ecco l’inganno: vennero i tedeschi con delle “LANCE”, ci portarono a terra diretti verso la Stazione Ferroviaria di quella bella città dove ci attendevano i noti vagoni merce. Ci  divisero in gruppi di 60, equipaggiati con gli zaini – DESTINAZIONE: l’ IGNOTO.
Quando superammo il confine Italiano a Tarvisio, capimmo che ci portavano in Germania. La prima tappa fu fatta in Austria; il convoglio si fermò su un binario “morto” e ci venne dato un pezzo di pane nero.
Richiusero i vagoni e il treno ricominciò a sbuffare; il viaggio durò sei giorni e cinque notti.
Il tempo passava e i problemi crescevano come il fetore che si respirava dentro il vagano a causa dei nostri bisogni fisiologici; si decise di affrontare questa situazione sacrificando i nostri zaini, al fine di arginare un angolo del vagone, destinato da noi a questa emergenza.
La seconda tappa fu ad ALTENGRABOO, un centro di smistamento, eravamo in tanti. Qui fummo divisi e selezionati secondo il nostro fisico,  professione o mestiere. Ci rimanemmo tre giorni e nei nostri stomaci passò un mestolo di “brodaglia” al giorno.
Io, essendo un Marinaio del Battaglione San Marco ero dotato di un buono equipaggiamento, ma alla partenza portavo un “camisaccio” e pantaloni di tela, fortunatamente mi venne l’idea di indossare anche un maglione di lana col collo alto e doppio ed un cappotto. Li ho portati indosso fino al 28 Aprile 1945, ormai laceri, a brandelli, come il tutto di me. Dal campo di ALTENGRABOO ci condussero al campo STAM LAGER XI A, nei pressi di Brandemburgo West, sempre sui soliti vagoni e la fabbrica dove ero destinato, fabbricava proprio questi vagoni in un paese chiamato “KIRCH-MOSER”: questo campo confinava con un altro campo occupato da prigionieri francesi, che erano trattati più umanamente in quanto considerati prigionieri di guerra, protetti dalla C.R.I., e tutelati dal Trattato di Ginevra. Noi italiani invece, eravamo considerati dei “traditori”.
Le cucine, per i due campi erano ubicate dalla parte dei francesi, i recipienti che contenevano il nostro cibo passavano attraverso una porta comunicante, ma a noi arrivava la parte di cibo più scadente, forse a ruoli invertiti, vista la situazione avremmo fatto lo stesso.
I tedeschi ci dettero subito il benvenuto. Per due ore ci fecero stare sull’attenti, poi cominciarono un interminabile “sermone” ma la sola parola che sentivamo più spesso era “CAPUT”, infine ci fecero entrare nelle baracche. Queste erano costruite in legno, i nostri letti a “castello” consistevano in una intelaiatura in legno con tre pianali sovrapposti, il “materasso” consisteva in una stuoia fatta con della carta intrecciata, ci dettero anche una coperta per coprirci.
Tranne i vestiti che portavamo addosso, fummo spogliati di tutto l’equipaggiamento comprese le  scarpe che furono sostituite con degli zoccoli in legno tipo olandesi.
I nostri piedi furono i primi ad essere “seviziati” perché i bordi di questi zoccoli producevano delle piaghe sul dorso dei piedi.
La notte passò in un continuo dormiveglia, non riuscivo ad intravvedere un domani. Cominciò la vita tra fabbrica e baracca. Alle ore 4,30 del mattino c’era la “sveglia” e dopo aver bevuto un bicchiere di acqua calda, di un colore indefinito che ci piaceva chiamare caffè, incolonnati e accompagnati da soldati armati, andavamo in fabbrica.
I turni duravano 12 ore, sia di giorno che di notte: era durissima.
Nel reparto dove lavoravo, c’erano alcune donne che facevano dei lavori pesanti, come pesanti erano le punizioni inflitte per qualunque comportamento ritenuto poco corretto.
Notai una ragazza tedesca, credo avesse la mia stessa età: si chiamava Gertrud, lavorava in coppia con un’altra che si chiamava Nina.
Nina invece era ucraina, ed era stata deportata come me. Passarono parecchi giorni prima che i nostri sguardi si incontrassero, poi avvenne più spesso, finché accennammo qualche timido sorriso.
La prudenza doveva essere assoluta.
Un giorno Gertrud, passandomi vicino, mi sussurrò: “Franz, tu mio grande amore”. Io rimasi impassibile, ma lei trovò la maniera per dirmelo altre volte. Il mio essere subì l’emozione che è naturale propria della gioventù, ma riuscii a reprimerla. La  fame infinita che si era impadronita di me mi spinse a chiedere se le fosse stato possibile rimediare un po’ di pane. A questa mia richiesta mi rispose sconsolata “ich caine brood” (io niente pane), ed io risposi, “caine brood, caine liebe” (niente pane, niente amore). Certamente questo  mio comportamento  mercenario era dovuto alla grande disperazione.
Con Nina fu diverso, come ho già accennato, era una deportata e soffriva la lontananza dei suoi cari, soffriva per le angustie quotidiane, con Lei provai un sentimento diverso.
Rischiammo grosso, perché qualche carezza e bacetto ce lo siamo scambiato, senza chiederle niente.
Dopo qualche giorno fui trasferito ad un altro reparto che troncò questi pochi momenti che mi facevano sentire vivo.
A pranzo ci mettevano sulla nostra bacinella mezzo litro di brodaglia, con qualche pezzo di patata o di carota, ma anche di rape essiccate, roba che non avrebbero mangiato neanche i maiali. La sera ci davano un filone di pane nero, credo fosse un chilo, che dovevamo dividere in sei porzioni. Nel sezionare questo pane si producevano un po’ di molliche e per queste facemmo un patto: avremmo tagliato il pane a rotazione e colui che faceva le parti aveva il diritto al recupero delle molliche. La fatica e la fame ci rendeva sempre più deboli, la vista si annebbiava e per recuperare un po’ di forze ci attardavamo in quelle schifose latrine ma al momento di rimetterci in piedi bisognava stare fermi qualche attimo per recuperare l’equilibrio.
Ribellarsi significava la fine; ci avrebbero spedito immediatamente nei campi di punizione dai quali non ho visto mai tornare neanche un prigioniero. Non ci era concesso neanche un attimo di riposo, altrimenti scattava la punizione, se la domenica non si lavorava in fabbrica, ci portavano alla stazione ferroviaria a scaricare i vagoni. Nei mesi di Giugno e Luglio, con le giornate più lunghe, alle 17,00 dopo la fine del turno in fabbrica, ci portavano per completare la giornata, a scavare le trincee para schegge, con pala e piccone, se non si faceva in tempo a finire l’opera si tornava la sera successiva e così di seguito. All’uscita dalla fabbrica se pioveva non potevamo camminare svelti, perché alle sentinelle dava fastidio, per noi camminare svelti significava bagnarsi di meno, visto che non avevamo vestiti di ricambio e calore per asciugare gli indumenti, loro potevano farlo, come dispetto a questo, per punizione, ci tenevano 10/15 minuti fermi sotto la pioggia, è successo molte volte, poiché loro invece si riparavano sotto le piante, l’unico motivo che mi viene in mente per questo comportamento sadico è che fosse la soddisfazione di vederci ridotti completamente impotenti e inermi.  Bastava che trovassero un pezzetto di carta in terra per negarci la piccola quantità di sigarette, ma capitava anche di essere picchiati con tubi di gomma, senza capire il perché. A POLA incontrai alcuni miei concittadini, ma la stessa mia sorte l’abbiamo avuta in sette e abbiamo cercato di rimanere sempre insieme. Fummo trasferiti in più campi, la vita era sempre più dura, infatti da sette siamo rientrati in sei.
Bottali Sergio mi dormiva accanto, si lamentava “non gliela faccio più” al pomeriggio gli veniva un po’ di febbre, gli consigliai di rimanere in baracca così l’avrebbero visitato. Aveva cominciato a gonfiarsi, e questo era un sintomo pericoloso; la sera, quando rientrai dal lavoro non lo trovai più: lo avevano portato al “Lazaret”. Di lui ho rivisto una piccola cassetta avvolta nel Tricolore portato da un militare nel Febbraio 1993 al cimitero di Terni.
Per scongiurare questa triste sorte ognuno escogitava qualche espediente per sottrarsi alla fatica con la speranza di recuperare un po’ di energie. Io approfittai di un piccolo infortunio sul lavoro, mi ero ferito il dito medio della mano destra e rimasi in baracca,  la mia mente però lavorava…tra noi c’era un tenente medico, gli chiesi se potevo sfruttare in qualche modo la ferita. Mi disse “dovresti rinunciare al cucchiaio di zucchero per questa settimana e alimentarci la ferita”. Non ci pensai due volte, misi subito in pratica il suo consiglio. Il dito peggiorava, era diventato grosso e giallo come una carota.
Andai avanti, così, per oltre un mese finché una sera venne da me, tutto agitato, un prigioniero come me che faceva da interprete (Zanelli) a dirmi che il comandante del campo si era accorto che io non lavoravo da parecchio tempo e cominciò a sbraitare “sabotaggio!! sabotaggio!!” e diceva che mi avrebbe mandato nel campo di punizione. Zanelli si prodigò in mio favore dicendo che stavo male davvero, che ero un bravo ragazzo, in fine prese una decisione: mi avrebbe portato a visitare da un medico privato alle ore otto del giorno dopo. Alle otto in punto venne a prendermi una sentinella armata. Il Comandante del campo andava avanti in bicicletta ed io e la sentinella trotterellavamo dietro a lui. Il dottore eseguì il suo lavoro senza troppi complimenti, a vivo, mi tenevano immobile la sentinella ed una infermiera, ripulì il mio dito dal “pus” e dopo una energica disinfettata e una fasciatura fui riportato al campo; dopo pochi giorni ripresi il mio posto in fabbrica. I comandanti dei campo venivano sostituiti spesso e si comportavano tutti alla stessa maniera verso di noi ma ci fu una eccezione. Ne ricordo uno, un Caporale che era tremendo; bastava un nonnulla per darci delle punizioni spropositate. Una notte entrò nella baracca sbraitando, quasi certamente ubriaco, cominciò con un idrante a bagnarci tutti, allagò il pavimento e ci fece alzare per asciugarlo con degli stracci. Verso la fine del conflitto venne a comandare il campo un Maresciallo,  questo si comportò più umanamente con noi,  ci disse che aveva un figlio al fronte e da parecchio tempo non aveva più sue notizie; forse per questo fu diverso nei nostri confronti.
Durante il turno di notte, cominciammo a sentire il rumore della battaglia, e giorno per giorno, si sentiva più distintamente. Erano i russi e i polacchi che si avvicinavano. Il mio concittadino Giovenali, mentre spingevamo un carrello carico di grosse tavole di legno mi esternò la sua intenzione di chiedere al “Maister” notizie sulla guerra, io rimasi titubante perché pensai potesse essere un rischio, ma il mio amico si fece coraggio e gli chiese a quanti chilometri stavano i russi.   Questi si guardò tutto intorno e non vedendo nessuno con un dito scrisse sulla tavola coperta di neve (K25) poi con la mano cancellò.
Dopo quella mattina ci dava informazioni, spontaneamente, e pian piano il posto dell’angoscia fu preso dalla speranza di poter ritornare a casa. Io sono cresciuto in una famiglia modesta e sono stato un figlio unico, mai uscito da casa se non per andare alla scuola elementare, i miei studi si sono interrotti con la “QUINTA” classe ma, già quando frequentavo la “QUARTA” nel pomeriggio andavo anche a “BOTTEGA”. Era una falegnameria, la paga che prendevo mi permetteva di andare al cinema la domenica. Da giovanetto frequentavo la palestra di atletica e mi piaceva anche giocare a pallone.
Ricordo di essere salito su un treno che avevo 16 anni.
Un treno POPOLARE (TERNI-SENIGALLIA). A 19 anni appena compiuti, invece  mi sono trovato solo ad affrontare questa difficile situazione.
Quante paure!!! quanti momenti di sconforto!!! pensavo ai miei genitori, agli amici, ai vicini di casa, ma dopo 2 anni di fame freddo e umiliazioni, per ricordare le loro fisionomie, dovevo concentrarmi. Era il giorno 25 Aprile (forse il venerdì o il sabato Santo) quando quella sera rientrammo al campo, inquadrati come sempre, i nostri aguzzini ci fecero salire frettolosamente sui soliti vagoni (saltò anche la porzione di pane). Viaggiammo tutta la notte, arrivammo in una stazione molto simile a quella di Milano. Il soffitto era sostenuto da enormi capriate in ferro, era grandissima…. era la stazione di Berlino. Mi saltò agli occhi l’orologio della stazione, lo ricordo ancora: era rotondo, grande, bordato con un cerchio nero, anche le lancette e i numeri “romani” erano neri.
Segnava le otto in punto. Si vociferava che ci avevano portato lì a fare le fosse anticarro. Speravano ancora di contrastare l’avanzata dei russi e dei polacchi. Ci trovammo in mezzo ad un caos indicibile, correvano tutti in tutte le direzioni. I tedeschi, incolonnati, ci portarono verso la parte dalla quale giungevano le cannonate. Cominciammo a gridare: vigliacchi!! vigliacchi!! dopo un po’ ci accorgemmo che erano tutti spariti. Tra noi ci fu un momento di panico; eravamo rimasti in cinque, paradossalmente decidemmo di andare verso il fronte, e ci trovammo nella zona detta “di nessuno”. Arrivavano le cannonate da tutte le direzioni. Io mi trovai un riparo in una buca forse creata da una bomba, in mezzo ad un campo, poi mi accorsi di essere insieme al mio concittadino Pinzaglia. Pinzaglia era più anziano, la guerra la conosceva, l’aveva conosciuta in Africa, la sua presenza, in questa terribile occasione mi sembrò provvidenziale, mi sentivo quasi protetto. Ad un certo punto sentimmo un forte spostamento d’aria, fummo scaraventati addosso al tronco di un albero. Pinzaglia si rialzò da terra dolorante e scioccato, a me andò peggio. Cercai anch’io di rialzarmi ma ricadevo a terra, la mia gamba sinistra si intrise di sangue, la parte posteriore della mia coscia era a brandelli. Poco dopo passò un automezzo militare polacco, il mio amico non sapeva come arginare la ferita, chiese aiuto a quei militari polacchi, che con dei loro indumenti, mi fasciarono alla meglio, mi caricarono su quel mezzo e mi portarono in “ospedale”. Qui c’era una confusione incredibile, tanti feriti ed anche dei morti, mi trovarono un posticino. Quando arrivò il mio turno, fui lavato e liberato della “divisa” che oltre a me aveva dato riparo a un esercito di cimici e pidocchi per otre 22 mesi, e fui messo sopra una “pietra” in “sala operatoria”. Pinzaglia mi era rimasto accanto, parlò con il dottore per conoscere la gravità della ferita, spacciandosi per mio fratello. La risposta fu negativa: amputazione. Pinzaglia lo scongiurò di fare il possibile per evitare questa mutilazione data la mia giovane età, ma anche questa volta la risposta fu negativa: il mio amico era convinto che la mia gamba poteva essere salvata, visto che le dita del piede, se sollecitate, rispondevano. Pinzaglia, assumendosi una grossa responsabilità, mi portò in un altro posto. Era un ospedale improvvisato, forse una scuola. Qui il dottore condivise la sua tesi. Devo a lui se ancora oggi cammino con  le mie gambe. Fece ancora di più, mi restò vicino nei momenti più critici e passava con me le notti, perché di giorno non era possibile entrare. Arrivò anche il momento della sua partenza e abbracciati provammo una grande commozione. Io rimasi in quell’ospedale sei lunghi mesi. I dottori e gli infermieri avevano tanto lavoro da fare, i mezzi a disposizione erano scarsi e inadeguati, le medicazioni venivano eseguite una volta alla settimana, le fasciature venivano fatte con una specie di carta igienica. Una notte cominciai a sentire nella gamba ferita un fastidio strano, più volte provai a penetrare con un dito fino al punto del fastidio ma non ci arrivavo, forzai un po’ quella fasciatura di carta e finalmente sentii qualche cosa di estraneo, lo presi, non riuscivo a capire che cosa fosse, allora presi un fiammifero svedese e lo accesi: mi trovai tra le dita un verme biancastro. La mia mente cominciò a riempirsi di brutti pensieri. Piansi tutta la notte. Presi il verme e lo misi dentro la scatola dei fiammiferi. Alla vista del dottore per la visita giornaliera, quando mi chiese come mi sentissi, anziché rispondere cominciai a piangere e gli mostrai quello che avevo trovato. A quella vista accennò ad un sorriso poi con la mano mi scompigliò i capelli come si fa con un bambino, e mi spiegò che quelle “bestiole” che si nutrivano degli umori prodotti dalla ferita erano un bene perché le medicazioni venivano fatte a troppa distanza l’una dall’altra. Mi tranquillizzai e piano piano le forze ritornavano, la ferita migliorava; cominciai a scendere dal letto e finalmente arrivò anche il momento di camminare con il supporto delle stampelle, il morale cresceva, ero quasi certo di farcela. Mi piaceva cantare poiché avevo una discreta voce; un giorno mi venne proprio la voglia di farlo e lo feci. Cantai un successo del cantante Beniamino Gigli “MAMMA”. In un momento si riempì la camerata: dottori, infermieri e i degenti che potevano camminare.
Ci fu commozione e applausi, poi tutte le sere volevano che io cantassi.
Le giornate passavano, erano meno dure, non ero ancora guarito definitivamente quando volli rimpatriare. Seppi che cominciavano i contrasti tra i russi e le altre forze di occupazione e non volevo correre il rischio di non ritornare a casa.
Mi fecero indossare una divisa tedesca, lavata, alla quale erano state tolte le mostrine, le scarpe, anche se della stessa misura, erano diverse una dall’altra. Ormai, i convogli che riportavano a casa i prigionieri erano pochi. Mi indicarono un campo di “raccolta” nei pressi di Halle, ci restai qualche giorno, finché non fummo abbastanza per riempire la tradotta che ci portò fino al confine della zona occupata dai russi. Passammo alla zona occupata dagli americani.
Fummo rifocillati, ripuliti e disinfettati e diretti su di un altro convoglio che ci condusse al Brennero. Finalmente eravamo in ITALIA.
A Pescantina la C.R.I. Aveva organizzato un posto di “ristoro”, mi fu dato un abito da civile e qualche lira e con dei camion ci portarono fino a Bologna, in una caserma. Il giorno dopo ci divisero in gruppi secondo i luoghi di provenienza. Alla stazione di Bologna, finalmente, trovammo ad attenderci dei treni per viaggiatori.
Io salii su quello diretto al SUD. Scesi alla stazione di ROMA. Ebbi un po’ di difficoltà per ritornare a TERNI, con il treno non fu possibile a causa delle linee disastrate. Domandando qua e là mi dissero che un autobus faceva un servizio di linea  tra ROMA e CASCIA, passando per TERNI.
Riuscii a prenderlo e cominciò a battermi il cuore; stavo, ormai, vicino a casa. Mi fece male anche vedere la mia città distrutta dai bombardamenti. Scesi nei pressi del ponte Garibaldi aiutandomi con il bastone.
ERA LA SERA DELL’UNDICI NOVEMBRE DEL 1945.

Francesco Politi

P.S.:   “27 Gennaio 2009”
Questa è una data di un giorno che mi ha prima riempito di “ORGOGLIO” e poi invece riservato una delle più cocenti amarezze della mia vita.
Mi riferisco più precisamente alla cerimonia che si svolse alla stessa ora in tutte le Prefetture d’Italia, per il giorno “Della Memoria”.
L’orgoglio era quello di fare parte di un gruppo ormai sparuto di ex militari che pensavo venissero in quella occasione ricordati ed omaggiati per tutti gli stenti ed i sacrifici vissuti e passati per onorare il giuramento di fedeltà e dedizione fatto alla “Bandiera a alla Patria”.
La cocente amarezza consisteva invece nel constatare che gli I.M.I. (Internati Militari Italiani) a distanza di oltre 60 anni non solo non erano per nulla menzionati, ma di più, ho avuto la tangibile sensazione che non fossero mai esistiti.
La medaglia che ho ricevuto, a conferma di quanto sopra espresso, è generica e non c’è nulla; né una scritta né una qualsiasi altra cosa che potesse riferirsi agli “I.M.I.”.
Questo è quanto mi premeva dire dopo tante riflessioni e con grandissimo dispiacere, fermo restando comunque da  parte mia tutto il rispetto dovuto a tutti quegli Italiani anche civili che al contrario di me non hanno avuto la fortuna, perché di quello si tratta, di tornare.
Con stima e deferenza

Cav. Francesco Politi

Vicepresidente Anmig e Presidente Ass. Naz. Combattenti F.A.G.L.

Sezione di Terni