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Cesare Zonca – Inverno 1941 – “Quella tradotta…”

Dalla figlia Liliana al carissimo papà Cesare Zonca nato a Premosello classe 1916 – caporale maggiore del 54° reggimento fanteria – Decorato di Croce al “Merito di Guerra” – Insignito dell’onorificenza di “Cavaliere del lavoro”.

E’ mancato alla veneranda età di 92 anni lasciando la moglie Iolanda e sei figli: Teresa, Liliana, Graziella, Gianni, Giovanna e Patrizia.

Questo “amarcord di vita” l’ho dedicato a papà per non calare il sipario sul mosaico dei suoi lunghi anni. Noi figli, ricordando, sentiremo sempre il suo cuore, tenuto sovente segreto e riconosceremo, oltre il sapore del silenzio, il molteplice sapore della vita.

“Nel 1937 fui arruolato militare di fanteria con la classe 1917 perché l’anno prima ero ancora studente. Il 10 giugno 1940 Mussolini, ottenuta dal ReDedicato a papà.odt Vittorio Emanuele III°, annuncia al popolo italiano che la dichiarazione di guerra alla Francia ed alla Gran Bretagna, sono già state consegnate ai rispettivi ambasciatori. Io, appartenente alla 5a Compagnia del 54° Fanteria di Novara, partii con il reggimento per Pinerolo ove sostammo circa una settimana per addestramenti. Quindi a piedi, in marcia per Sestriere, ove ammirai dall’esterno, l’albergo di lusso “Principe di Piemonte”. Dopo alcuni giorni scendemmo fino a Cesana Torinese da dove si può scorgere il colle Chaberton (mt.2.671) ed a sud il monte Janus, francese (mt.2.543). Giunsi al fronte una settimana prima dell’armistizio che fu firmato il 24 giugno 1940. Rimasi a presiedere con il 54° Fanteria fino ai primi di luglio tra il forte francese, il monte Janus ed il forte italiano, il monte Chaberton, passato alla Francia dopo la guerra. Dopo di che fummo inviati a Sacile (Pordenone) in attesa, secondo “Radio Scarpa”, di una guerra con la Jugoslavia. Il che non avvenne. Il 28 ottobre 1940 Mussolini dichiara guerra alla Grecia con un famoso discorso di cui ho ancora stampata nel cervello una tremenda frase: “E io vi dico che in sei mesi spezzeremo le reni alla Grecia”. Ma la non prevista resistenza greca, costrinse le truppe italiane a ripiegare fino a 80 km. da Valona.

A Sacile rimanemmo qualche tempo con escursioni sui colli vicini ove trovammo per terra ancora molti bossoli delle cartucce del fucile 91 della prima grande guerra del ’15 – ’18. Dopo di che tornammo nel novarese. Ma poiché il 54° Fanteria a Novara traboccava di richiamati e reclute, fummo alloggiati in un collegio deserto di una congregazione religiosa a Gozzano. Ivi rimanemmo fino ai primi di gennaio del 1941 poi partimmo in tradotta fino a Bari ed imbarcati sopra una nave, diretti al porto di Valona in Albania.

Quando giunsi in Albania, al fronte, circolava già la voce di “Radio Scarpa” di tenere duro perché in primavera i tedeschi avrebbero invaso i Balcani, come di fatto avvenne. Fummo subito inoltrati circa 10 km nell’interno per pochi giorni. Poiché anche i greci erano arrivati fino a 80 km. da Valona, fummo caricati su autocarri e portati fino a Dragoti sopra Tepeleni ove rimanemmo una settimana. Poi un giorno, ordine di partenza, di notte, per non essere avvistati dagli aerei greci, fino ad un alpetto poco lontano dal fronte e qui piantammo le tende in attesa di ordini. Neve, pioggia continua e tanto freddo. Dopo circa quattro giorni, una mattina i greci iniziarono un intenso bombardamento con i famosi mortai da 105. Un cannone da 75 del nostro battaglione fu centrato in pieno. Ordine di partenza immediata verso il fronte. Durante il cammino, sotto una balma, vedemmo i soldati della sesta e settima compagnia del 54° Fanteria, ammassati per terra tutti feriti. Arrivammo al fronte verso le undici, il Maggiore che comandava il battaglione, ci aspettava e subito dispose gli appostamenti perché i greci, durante la notte, erano arrivati in fondo alla valle e cercavano di salire verso di noi. Io e sette miei compagni fummo accostati dietro un muricciolo con l’ordine di far fuoco. Poiché i greci trovarono resistenza, subito sparirono altrove. Verso le quattro del pomeriggio, sbucò dal colle di fronte un aereo greco verso di noi. Alzai gli occhi in alto e vidi sganciare una bomba. Istintivamente mi appoggiai al muretto, ma subito dopo una tremenda scossa mi colpì il corpo e persi i sensi. Quando rinvenni, sentii un forte calore alla gamba sinistra, allungai la mano per sentire e la ritrassi sporca di sangue.

Guardai i miei compagni…tutti morti.

Poco dopo arrivò il Maggiore comandante il battaglione, guardò e disse “ragazzi, che macello!” e se ne andò. Non vidi mai nessun aereo italiano. Arrivarono poi due militi della 30a Legione di Novara. Mi portarono nella loro tenda e, vista la gravità della ferita, mi dissero: “adesso ti portiamo nell’infermeria del tuo reggimento”. Infermeria? Una casera ove rimasi per nove giorni per terra con tutti gli altri feriti. Finalmente il decimo giorno arrivò una squadra di porta feriti. In barella mi portarono giù in pianura in una tenda della Croce Rossa ove vidi con gioia un paesano: Bernardino Rossi del 53° Fanteria, morto poi in Russia nel 1944. L’ufficiale medico mi guardò subito la gamba ferita ed accortosi che la cancrena era fin sotto il ginocchio, mi spedì subito in autoambulanza al primo ospedaletto da campo ove giunsi nel pomeriggio. Verso sera inoltrata mi portarono in sala operatoria. Il chirurgo mi fece una puntura lombare, mi pose un telo davanti agli occhi e iniziò ad amputare la gamba sinistra quattro dita sotto il ginocchio.

Non sentii null’altro che un leggero dolore. Terminato, mi tolsero il telo che avevo davanti e vidi l’infermiere che portava via la gamba…Mi scesero dagli occhi le lacrime.

Alcuni giorni dopo fui portato all’ospedale militare di Valona. Rimasi una decina di giorni poi con una nave ospedale, sbarcato a Bari e ricoverato in ospedale militare. Dopo dieci giorni fui trasferito a Pescara alla clinica “Pierangeli”. Qui ebbi modo di conoscere la mamma che dopo circa un anno sposai e portai a Premosello. In seguito fui trasferito in altro ospedale a Pietra Ligure all’Istituto Santa Corona”. Ivi trovai ricoverati tre paesani: Augusto De Marchi ferito in Jugoslavia, Fermo Rossi e Alfonso Manera ricoverati per TBC ma ormai deceduti da sessant’anni”.

Il penoso racconto di papà terminò qui e mi pregò di ricordarmene per raccontarlo a chi avrebbe voluto sapere di lui: nipoti e pronipoti…desiderosi di sentir parlare del loro nonno Cesare e nonno bis che “ha fatto la guerra” e che non ne conoscono il vero significato se non quando guardano qualche immagine in TV senza rendersi conto della cruda realtà.

La perdita dell’arto inferiore sinistro, fu una fortuna (se così si può dire…) per papà perché scampò la partenza per l’indescrivibile e tremenda guerra sul fronte russo.

Per ben tre volte ebbe salva la vita: 1. Dopo il bombardamento aereo greco, l’unico salvo tra i suoi compagni. 2. Dopo lo sbarco a Bari per essere ricoverato all’ospedale militare, la nave ospedale che lo aveva trasportato al ritorno è stata affondata. 3. La non partenza sul fronte russo dal quale pochissimi tornarono a casa.

Con infinito affetto…

Liliana Zonca